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L’Italia vista dal mondo: Dalla caccia all’Italiano alla caccia al Romeno

Pubblicato da valeand su giugno 26, 2010

La Gran Bretagna è stata recentemente teatro di manifestazioni da parte degli operai britannici che urlavano, all’indirizzo dei loro « colleghi » italiani, insulti ed invettive razziste che si pensavano definitivamente archiviati, almeno tra membri privilegiati del “club europeo” (sporchi italiani, andate via, rubate il lavoro a chi ne ha bisogno…). Questi insulti – giustificati con una presunta concorrenza sleale da parte di un’azienda italiana, subappaltatrice di una parte dei lavori di ampliamento di una raffineria della Total e che aveva fatto arrivare lì i propri operai – hanno scandalizzato i media italiani, ma hanno anche ridestato brutti ricordi che la memoria collettiva transalpina non ha mai del tutto rimosso.

Il Bel Paese che, in occasione della prima grande ondata migratoria della fine del XIX secolo e fino agli anni ’20, ha visto partire verso “le Americhe” più di 30 milioni dei suoi cittadini, non ha mai dimenticato i pregiudizi e gli insulti di cui sono stati vittime gli italiani, partiti in cerca di una vita migliore. Negli Stati Uniti, essi erano “solo” mangiatori di mozzarella, sporchi, stupidi, mafiosi e, offesa suprema!, “colored” o “non-bianchi”… Hanno sentito di tutto, sopportato di tutto – interdizioni, processi truccati (Sacco e Vanzetti, giustiziati nel 1927 sono stati riabilitati solo nel… 1977!) e linciaggi (gli Italiani hanno raggiunto il poco invidiabile record del maggior numero di linciaggi subiti dopo i Neri). La seconda ondata (numericamente meno consistente) migratoria è iniziata dopo la Seconda Guerra Mondiale, verso Australia, Svizzera, Francia, Germania, Belgio, paesi dove gli Italiani, sempre disprezzati e bollati (nel migliore dei casi) come “mangiatori di spaghetti”, hanno continuato ad accettare i lavori più faticosi. Questo razzismo e le umiliazioni subite sono testimoniati in tantissimi film e libri (ricordatevi di Nino Manfredi che, in “Pane e cioccolato”, si tingeva i capelli di biondo per assomigliare ad un “vero” Svizzero).

Anche se, in questi ultimi anni, lo stile di vita e la gastronomia italiani hanno conquistato il mondo intero, senso di superiorità (nel migliore dei casi), razzismo e pregiudizi (nel peggiore dei casi) sono ancora duri a morire, come testimonia il linguaggio colorito e stantio degli operai britannici… Negli anni ’70, Nixon accennava al diverso “odore” degli Italiani (!), nel 2007, il Tribunale tedesco di Hannover ha concesso uno sconto di pena ad un tedesco di origini italiane che aveva sequestrato e violentato la fidanzata, tenendo conto della “circostanza attenuante delle sue origini etniche e culturali,” (era sardo)… !!

Sapevo che in Francia, altra meta importante dell’emigrazione italiana, fino ad un passato relativamente recente, i “ritals”, “spaghetti”, “macaronis” e così via, non avevano goduto di una considerazione molto migliore rispetto a quella che ricevevano nel resto del mondo, nonostante l’affinità tra i due paesi e le due culture sia evidente, al punto che Cocteau definiva gli Italiani come “Francesi di buon umore”… Ma la lettura di un “piccolo” libro, scritto da Enzo Barnabà, scrittore di origini siciliane (1), mi ha rituffato nella deleteria atmosfera della Francia di fine XIX secolo, terra che già ospitava gli Italiani.

Il libro getta luce su un massacro di Italiani avvenuto nel 1893 a Aigues-Mortes, in Camargue, un avvenimento drammatico, stranamente poco noto sia in Francia che in Italia, che ha portato i due paesi sull’orlo della dichiarazione di guerra. Un fatto tragico, di cui confesso di non aver mai sentito parlare, in occasione del quale 9 Italiani furono uccisi ed un centinaio vennero feriti da parte di una folla eccitata ed aizzata dal sindaco di Aigues-Mortes dell’epoca, un certo Marius Terras. Ovviamente, non è mai stata fatta giustizia, tutti gli imputati, processati per “tentato omicidio” (!) furono assolti e gli Italiani furono espulsi in massa…

La lettura di quest’opera, piccola per dimensioni e grande per contenuto, visti i tempi che corrono, è molto salutare, poiché essa tratta di un avvenimento che, pur accaduto più di un secolo fa, si rivela sempre di drammatica attualità. Partendo dal dato della presenza di numerosi Piemontesi, Toscani, Lombardi e Liguri (regioni dell’Italia settentrionale), emigrati nel sud della Francia dopo l’unità d’Italia del 1860, l’autore analizza a fondo gli inizi, le cause e gli effetti di un massacro annunciato, partito da una “guerra tra poveri”, in un contesto di crisi e di cambiamenti economici, in cui lo straniero, “l’Italiano”, era visto come un corpo estraneo, un nemico, responsabile di tutti i mali della società. Un intruso, un crumiro che accetta un salario da fame, di “dubbia moralità” e dalle abitudini “criminali” (l’operaio italiano, una merce nociva ed adulterata). Un invasore, che rischiava di contaminare la “razza” e la civiltà francese, ed ispirava gli avvelenati sproloqui di un Maurice Barrès che si scatenava contro l’”occupante”, capro espiatorio ideale per eccitare le masse ignoranti e credule, pronte ad infervorarsi, un anno prima dell’affaire Dreyfus…

Stesse cause, stessi effetti. È difficile, in effetti, non stabilire un parallelo tra gli infuocati discorsi di Barrès o dell’ Action Française di quell’epoca, gli insulti recentemente proferiti degli operai britannici contro gli Italiani e… le dichiarazioni della Lega Nord italiana (nata, come sta ad indicare il suo nome, nel Nord dell’Italia, terra di origine dei primi immigrati italiani in Francia), la quale è da anni “in guerra” contro gli “stranieri” (e contro i suoi connazionali del sud, i terroni, visti come buzzurri e sanguisughe, anch’essi a lungo discriminati nel loro stesso paese). Umberto Bossi, il suo principale rappresentante, ed i suoi compari hanno chiosato ed inveito, usando termini identici ed almeno altrettanto raffinati, in riferimento alla presunta minaccia, per la cultura e la civiltà italiana, costituita dall’“invasione” degli extracomunitari, incitando a liberare, con la massima urgenza, l’Italia dalle “orde selvagge”, che entrano da ogni parte per violentare il Bel Paese

I discorsi si sono (appena appena) civilizzati, ma lo spirito ed i temi ricorrenti sono sempre gli stessi. La memoria è selettiva ma, poiché ognuno è straniero rispetto all’altro, finite le cacce all’Italiano, è tristemente d’attualità la caccia all’Albanese, al Romeno o al “Rom”, usual suspects (i soliti sospetti). Il fenomeno istituzionalizzato delle ronde promosse dalla Lega Nord è diventato inquietante, poiché queste, adesso, devono essere sorvegliate delle forze di polizia, per evitare sommosse e linciaggi…

Beh, che strana epoca.

(1)  Morte agli Italiani! edizioni Infinito, (disponibile al momento solo in italiano), Enzo Barnabà.

Eve Mongin, avvocatessa francese residente a Perugia.

Dal blog : Andiamo! (http://andiamo.blogs.liberation.fr/mongin/), un blog di Libération.fr, 13/03/2009, ore 09 :36

Link al post originale:

http://andiamo.blogs.liberation.fr/mongin/2009/03/drole-dpoque.html

Traduzione Carmine Valentino

2 Risposte to “L’Italia vista dal mondo: Dalla caccia all’Italiano alla caccia al Romeno”

  1. Paolo Sizzi detto

    L’immigrazione (non certo di massa come quella meridionale) degli Alpino-Padani è stata tutta quanta colpa del neonato stato italiano, incapace di rispondere alle esigenze del Popolo.
    Tutti gli Europei sono comunque emigrati (pensiamo agli States o all’Australia) e c’è una bella differenza tra gli immigrati lombardi e quelli, che so, siciliani: i primi portavano lavoro e geni europei, i secondi invece criminalità e geni alquanto meticciati.

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