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L’Italia vista dal mondo: La mafia calabrese accusata di aver affondato navi di rifiuti tossici

Pubblicato da valeand su Settembre 30, 2009

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Un pentito della ‘ndrangheta (la mafia calabrese), un giudice tignoso ed un robot telecomandato : ci è voluta l’unione di questi tre elementi per far tornare a galla il mistero delle navi affondate nel Mediterraneo con il loro carico di rifiuti tossici e, secondo alcuni, radioattivi. Fino a quel momento, Francesco Fonti, 64 anni, condannato a cinquant’anni di carcere per traffico di droga e diventato – in cambio della sua libertà – “collaboratore di giustizia”, era stato poco ascoltato. Il suo dettagliato racconto in merito all’affondamento di tre navi – che egli stesso avrebbe effettuato nel 1992 – e ad una trentina di altri affondamenti – di cui avrebbe sentito parlare – aveva ricevuto solo una modesta risonanza. L’associazione ambientalista Legambiente e le inchieste di alcuni giornalisti – tra cui quella di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, assassinati nel 1994 in Somalia – avevano tuttavia in parte confermato ciò che lui aveva detto. Si sapeva che i padrini calabresi – oggi convertiti al traffico di cocaina – si erano specializzati, negli anni ’80 e ’90, nel trasporto di rifiuti tossici verso l’Africa (parallelamente a quello delle armi). Ma non vi era prova del fatto che avessero potuto farli sparire in mare aperto. In mancanza del corpo del reato, la giustizia aveva archiviato gran parte delle inchieste. Per fortuna, non è stato così per quella riguardante la sparizione del Cunsky, un mercantile di 116 metri di lunghezza. Nel 2008, appena arrivato a Paola, una cittadina della Calabria, il giudice Bruno Giordano decide di riaprirla. Pur senza risorse finanziarie, ha potuto contare sul sostegno di Silvestro Greco, un ex biologo marino, assessore regionale all’ambiente. “Nessuno faceva nulla, ci sentiamo responsabili”, spiega questi.

Per finanziare le ricerche in mare, la Calabria ha sbloccato 700 000 euro. Il 12 settembre, un robot telecomandato ha scoperto un relitto che corrispondeva alle dimensioni del Cunsky, e che giaceva a 487 metri di profondità, a 14 miglia nautiche da Cetraro, sulla costa occidentale della Calabria. Il robot ha effettuato una carrellata lungo lo scafo e la prua. La presenza di un buco provocato da un’esplosione conferma le ammissioni di Francesco Fonti.

All’epoca, altre tre navi – l’Yvonne A e la Voriais Sporadies, date per disperse, oltre alla Jolly Rosso, arenatasi con il suo carico di rifiuti – hanno conosciuto un destino simile. “Tutte queste navi hanno una storia comune”, racconta Andrea Palladino, giornalista del quotidiano comunista Il Manifesto. “ Formavano un convoglio che, nel 1989, è partito per andare in Libano a recuperare centinaia di tonnellate di rifiuti tossici provenienti da un’altra nave, la Lynx. Rifiuti, questi, che erano stati prodotti da industrie farmaceutiche e chimiche italiane. Una società milanese – la Jelly Wax – si dichiarava in grado di smaltirli, per 500 euro alla tonnellata, in un paese del terzo mondo. Con una spesa di 30 euro alla tonnellata, i guadagni potevano essere strabilianti. Partita da un porto italiano, la Lynx è transitata per Gibuti e per il Venezuela, per poi arrivare in Libano, ma ovunque è stata respinta.” L’ipotesi comunemente accettata è che,in seguito, alcuni intermediari abbiano optato per metodi più sbrigativi, affidando alla ‘ndrangheta il compito di far sparire nave e carico. “Era una procedura facile ed abituale”, ha dichiarato Francesco Fonti. Questa tesi, avanzata da Greenpeace già nel 1995, era stata scartata dal governo italiano.

Martedì 22 settembre, il giudice Giordano ha fatto una breve apparizione a Roma, per essere ascoltato dalla commissione antimafia del Parlamento. “se le rivelazioni di Fonti vengono confermate dalla scoperta del Cunsky, significa che almeno altre due navi ed il loto carico tossico giacciono lungo le coste italiane, e che il problema ora riguarda tutto il paese”, ha dichiarato. Del resto, esistono migliaia di pagine di documenti riguardanti procedure parte in Liguria, in Toscana o in Piemonte in merito alle sparizioni, sempre inspiegate, di altre navi come la Nikos I, la Mikigan, la Ani, la Marco Polo, la Koraline o ancora la Riegel. “Abbiamo chiesto di mettere insieme tutti i documenti e tutte le inchieste sulle navi affondate, oltre aquelli sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ascolteremo i testimoni ed il pentito”, ha dichiarato il presidente della Commissione antimafia, Gaetano Pecorella. “È disposto ad andare avanti”, si rallegra il giudice Giordano. L’apertura di un’inchiesta di portata nazionale viene chiesta anche da Legambiente, che teme per le pressioni e le minacce che potrebbero raffreddare l’entusiasmo del giudice. Da sempre muto sulla questione, il governo italiano, tramite il ministero dell’ambiente, ha messo in campo risorse materiali ed umane per sostenere l’inchiesta, stabilire ufficialmente l’identità dello scafo ritrovato, risanare la zona e cercare altre navi.

“Il costo di queste operazioni non può essere sostenuto da un solo ministero. Non è più soltanto un problema della Calabria o dell’Italia, ma dell’intero Mediterraneo”, sostiene Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente, che ha l’intenzione di allertare l’Unione Europea e le Nazioni Unite. L’associazione afferma di voler fare di tutto affinché l’emergenza ecologica venga presa in considerazione e vengano quindi intraprese ricerche di grande portata nel Mediterraneo.

Francesco Fonti ha fatto altre rivelazioni che potrebbero trascinare gli investigatori verso gli ambienti della politica. Dal suo dettagliato racconto, pubblicato venerdì 18 settembre dal settimanale L’Espresso, emergono dei retroscena fino a quel momento trascurati. Si parla di un agente dei servizi segreti italiani, di importanti uomini politici, di un balletto di auto di rappresentanza… Gli ambientalisti temono che accusando il potere dell’epoca di essere stato complice di questo traffico, Francesco Fonti cerchi – piuttosto che farla andare avanti – di insabbiare di nuovo l’inchiesta.

Philippe Ridet

Da LeMonde.fr, 24/09/2009, ore 15,29.

Traduzione Carmine Valentino

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