L’Italia vista dal mondo: Galateo all’italiana: essere o non essere “dottore”
Pubblicato da valeand su Giugno 9, 2009
Il governo britannico ha pubblicato qualche mese fa un vademecum ad uso dei manager che hanno rapporti d’affari con il Bel Paese, con molte indicazioni socio-antropologiche (che si rivelano essere sempre d’attualità), riguardanti il livello sonoro (alto) delle conversazioni all’italiana, il senso (approssimativo) della puntualità, l’importanza di presentarsi agli appuntamenti d’affari vestiti in maniera impeccabile e soprattutto la necessità di rivolgersi al proprio interlocutore transalpino con il titolo adeguato, per evitare di urtare qualsiasi suscettibilità locale…
Gli italiani hanno effettivamente una passione smodata (e a prima vista sorprendente) per i titoli, che vengono attribuiti alla fine del percorso di studi e che suddividono profondamente la società tra coloro che li hanno e gli “altri”.
Fin dal momento in cui si consegue l’equivalente della maîtrise (la laurea) con la discussione di una dissertazione (la tesi), si diventa dottore, cosa che dà luogo a sfilate (almeno nella mia città) con la testa cinta da una corona d’alloro di plastica alquanto kitsch ed a manifestazioni d’orgoglio familiare di portata più o meno ampia. Con ciò si celebra l’ingresso nella vita professionale, grazie a una parola d’ordine che può essere sfoggiata sui biglietti da visita ma anche sulla cassetta delle lettere.
E, tanto nella vita quotidiana (al bar o dal panettiere) quanto nella vita professionale, si viene così consacrati da un “titolo”, finché morte non sopravvenga: dottore/dottoressa, avvocato, ingegnere, architetto, geometra, professore, etc., anche quando la domenica si scende in pigiama a comprare le sigarette o il giornale oppure quando si è in pensione già da diversi lustri…
I giornali citano senza neanche chiamarlo per nome « il Cavaliere » (« cavaliere del lavoro », è per forza berlusconi) o “l’Avvocato” (il defunto Gianni Agnelli). L’appellativo di Monsieur Truc (signore) o Madame Machin (signora) è quindi riservato ai comuni mortali e può perfino arrivare a significare una mancanza di rispetto, volontaria o meno… Inoltre, nelle lettere, al posto del nostro monotono e multifunzione “cher” (qui usato solo a partire da un certo grado di familiarità), si gareggia in creatività semantica, facendo precedere il titolo da aggettivi alquanto originali e/o misteriosi, del tipo di gentile (!), chiaro (!!), eccellente, pregiato o egregio, “superlativizzandoli” all’occorrenza con qualche “issimo”.
Il Tribunale è così spesso illustrissimo, il parlamentare è per definizione onorevole (benché spesso screditato per i suoi privilegi), il rettore dell’università è per forza magnifico (senza la minima connotazione estetica!)… Peccato che, tuttavia, talvolta, un avvocato di sesso femminile come la vostra umile servitrice si faccia chiamare dottoressa o signorina (!) da alcuni clienti mentre il tirocinante (maschio) che l’accompagna si veda definire avvocato! Ma, senza pudore, gli italiani non esitano ad attribuire l’appellativo di dottore a chi non lo è, solo per fargli piacere o per mostrargli il loro rispetto, come si può vedere in tanti film del periodo d’oro della commedia all’italiana, con Alberto Sordi o Totò…
L’ultima moda, tra le show-girl (conduttrici televisive) o gli uomini d’affari autodidatti è quella di brandire affettuosamente (in ogni senso) una laurea conseguita presso università totalmente sconosciute, situate alle Hawai o ad Honolulu, che rilasciano un titolo di “doctor” senza alcun valore legale in Italia ma che rassicura i suoi possessori riguardo al loro posto nella gerarchia sociale. Allo stesso modo i cantanti, gli anchorman (presentatori televisivi) e sportivi come Valentino Rossi, possono fregiarsi della laurea honoris causa conferita da alcune università in cerca di pubblicità, che regalano loro il tanto desiderato titolo di dottore, mettendoli allo stesso grado di illustri scienziati o statisti…
Due simpatiche particolarità della lingua italiana contrastano tuttavia con questa ossessione del titolo e della posizione sociale conferita dalla professione che si esercita o dagli studi svolti:
- contrariamente ad altre lingue come il francese o l’inglese dove si “è” medico, architetto o panettiere, in Italia, anche se si “è” dottore (a vita), si “fa” l’ingegnere, l’idraulico o l’avvocato, un po’ come se, dopotutto, nessuno abboccasse allo scherzo e tutto ciò non fosse altro che una bella farsa o un gioco delle parti ispirato alla commedia dell’arte.
- Il fatto di dare spontaneamente e molto rapidamente del “tu” e l’abitudine di definire il proprio interlocutore tesoro di qua e amore di là appena lo si conosce un po’, senza che egli sia necessariamente un amico intimo, instaurano nei rapporti sociali una cordialità ed un calore molto gradevoli e con i quali un Inglese o un Francese fanno francamente fatica a competere…
Eve Mongin, avvocatessa francese residente a Perugia.
Dal blog : Andiamo! (http://andiamo.blogs.liberation.fr/mongin/), un blog di Libération.fr, 27/01/2009, ore 11 :24
Traduzione Carmine Valentino


Danilo detto
Buona disamina poiché quello che dice è vero.. e complimenti per l’italiano. Saluti