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L’Italia vista dal mondo: La strana arringa di Fred Vargas, di Armando Spataro

Pubblicato da valeand su Marzo 17, 2009

Fred Vargas, archeologa e scrittrice, è intervenuta per fornire il suo appoggio al fuggitivo Cesare Battisti, condannato all’ergastolo, al quale dice di essere legata da una profonda amicizia (Le Monde del 14-15 novembre 2004). Ella stessa si fa garante dell’innocenza di lui e gli concede lo status di perseguitato dalla giustizia italiana e da quella francese.

In condizioni normali, mi sembrerebbe superfluo replicare dopo le numerose e concordanti decisioni dei giudici italiani e francesi. Ma alcune argomentazioni utilizzate dalla Signora Vargas, che – sia ben chiaro – non sono fondate, impongono alcune precisazioni. Non per difendere l’onore di certi magistrati, ma in nome della verità, e ciò lo devo – scusandomi per la retorica – alla memoria di tanti magistrati italiani uccisi dai terroristi, solo perché applicavano la legge e perché facevano il loro dovere.

Voglio tuttavia rassicurare i lettori : non intendo cadere nella provocazione di coloro che pensano che sia possibile raccontare di nuovo, e con poche parole, i drammatici fatti che hanno insanguinato l’Italia per vent’anni e rievocare in una pagina di giornale dei processi che hanno richiesto anni di lavoro a magistrati, avvocati e poliziotti.

È in ogni caso opportuno ricordare che i terroristi hanno anche ucciso avvocati e minacciato giudici popolari per impedire l’organizzazione di processi che, malgrado tutto, si sono svolti davanti a corti e tribunali ordinari e non negli stadi. Tribunali ordinari, non giudici speciali, avvocati ben consapevoli del loro ruolo di garanti del diritto e dei diritti, e non strumenti della cieca repressione da parte dello Stato, hanno permesso agli imputati di difendersi, anche quando costoro lo rifiutavano. Ed i giudici stessi, talvolta pagando con la vita, hanno applicato leggi votate dal Parlamento italiano, che certamente erano severe, ma che non hanno mai messo a repentaglio le garanzie ed i diritti degli imputati.

La verità è quindi scritta nelle sentenze di condanna che sono a disposizione di chiunque abbia la pazienza di leggerle. E sono delle sentenze molto pesanti e che smentiscono in maniera clamorosa ciò che affermano gli amici di Battisti: per esempio, il fatto che contro di lui ci sarebbero soltanto le accuse di un pentito sul quale non si può fare affidamento; il fatto che non ci sarebbero testimoni per confermare le sue dichiarazioni né ci sarebbero altri elementi di prova. Avrei ovviamente bisogno delle centinaia di pagine di queste sentenze, emanate da quattro diverse corti, compresa la Corte di Cassazione, al termine dei quattro gradi di giudizio, per scorrere di nuovo le motivazioni delle condanne inflitte a Battisti ed ai suoi complici.

Mi limiterò dunque ad alcune osservazioni. Penso che l’archeologa-scrittrice Vargas, sulla cui buona fede non ho alcun dubbio, sia stata mal informata e credo che il suo amico Battisti, prima di scappare, le abbia mentito: per cominciare, ella dimostra di non conoscere le motivazioni degli omicidi del gioielliere Torregiani e del macellaio Sabbadin, uccisi non, come afferma lei, perché erano simpatizzanti di estrema destra o fascisti, ma per ritorsione, perché avevano osato reagire, sparando contro gli autori delle rapine a mano armata che avevano subito.

La Signora Vargas ignora il fatto che Battisti non fu condannato solo per la sua appartenenza ai Proletari armati per il comunismo (PAC) e per quattro omicidi, ma anche per numerosi furti ed aggressioni, e per detenzione e porto illegale d’armi, dopo essere stato, tra l’altro, arrestato nel 1979 all’interno di una base dell’organizzazione, piena di mitragliette, pistole e fucili: non era quindi un semplice antagonista politico o un militante innocente di gruppi di sinistra!

Ma altre circostanze che la Signora Vargas cita, a dire il vero, non sono frutto di una cattiva conoscenza dei fatti, ma, semplicemente, non riflettono affatto la verità. Mi permetto di stilarne una lista:

1) Non è vero che Battisti, «  arrestato nel 1979… nove anni dopo si ritrova accusato di tutte le azioni criminali dei PAC »: è stato, in realtà, immediatamente sospettato per l’omicidio di Torregiani e per altri gravi reati, ma passarono poco più di due anni (non nove) prima che le prove della sua responsabilità venissero verificate. Durante questo periodo, è evaso dalla prigione nella quale era detenuto.

2) Non è vero che « il pentito Mutti » era« un ragazzo disturbato, devastato dalle droghe, che biascicava le sue accuse ». Mutti non balbettava, era sano di mente, non era drogato, e le sue confessioni sono state comprovate da numerose testimonianze e dalle successive collaborazioni di altri ex-terroristi; le corti italiane, dunque, gli hanno riconosciuto la credibilità che meritava.

3) Non è vero che «una pratica corrente all’interno di alcuni gruppi dell’epoca permetteva, in caso di arresto, di scaricare le proprie responsabilità su un compagno al sicuro all’estero. Dopo che Mutti ha aiutato Battisti ad evadere, tra loro due fu convenuto che Mutti avrebbe potuto utilizzare il suo nome in caso di batosta.» È la prima volta in trent’anni di esperienza professionale che sento una storia così strana ed inedita. Sarebbe interessante conoscere la fonte che l’archeologa-scrittrice Vargas cita senza sottoporla ad alcuna verifica critica.

4) Non è vero che que « Mutti voleva ricostruire il gruppo dei PAC che si era sciolto… ma Battisti aveva preso coscienza da lungo tempo del fatto che la lotta armata doveva finire e che essa era una trappola, un vicolo cieco ». Battisti, in realtà, fu uno degli assassini più crudeli e determinati che il terrorismo italiano abbia mai conosciuto e non ha mai pensato durante tutti questi anni, forse anche in ragione della sua carriera nella criminalità comune, di dissociarsi o di criticare la pratica della lotta armata.

5) Non è quindi vero che « Battisti, insieme con altri membri del gruppo, si era decisamente opposto [ai delitti Torregiani e Sabadin], formando un gruppo dissidente». Egli ne fu uno degli iniziatori ed uno dei principali protagonisti, partecipando personalmente, come è noto, all’omicidio di Sabbadin. Per il resto, la Signora Vargas si contraddice quando afferma che «non è concepibile che Battisti, dissidente, abbia organizzato un’aggressione che egli stesso disapprovava così fortemente».

In questo caso, non si comprenderebbe il perché Mutti, che confesserà la sua partecipazione a numerosi crimini dei PAC commessi nel 1978 e nel 1979, avrebbe aiutato Battisti – cosa che è riferita anche dalla Signora Vargas – ad evadere di prigione nel 1981. Secondo lei, Mutti si era già allontanato da Battisti a causa delle divergenze sul fatto di proseguire o meno la lotta armata, a partire proprio dall’esecuzione degli omicidi Torregiani e Sabbadin.

Potrei certamente allungare la lista delle gravi inesattezze contenute nel testo della Signora Vargas, relative anche agli omicidi di Santoro e Campagna che la scrittrice, con una certa disinvoltura, sembra attribuire a presunte torture, in realtà inesistenti, che le vittime – appartenenti alla polizia – avrebbero inflitto ai detenuti.

Ma non voglio venir meno alla mia promessa: colui che desidera approfondire i fatti legga le sentenze piuttosto che le argomentazioni presentate dagli amici di Battisti. Quest’ultimo, in realtà, non fu un intellettuale combattente per la libertà che sceglie « l’esilio in Messico », ma un vero e proprio assassino che sfuggì alla giustizia ed alle condanne inflitte dai giudici, condanne che tutto il paese (non solo i familiari delle vittime) aspettava. La giustizia – sia chiaro – non è una vendetta ma il luogo dell’affermazione delle regole dello Stato di diritto: e colui che le infrange, tanto più se uccide il suo prossimo, deve pagare.

Battisti viene presentato come un’anima candida che non si è difesa ed ha taciuto perché «provava intensamente il sentimento di una responsabilità politica, collettiva. Ai suoi occhi, proclamare la sua innocenza personale, voleva dire sfuggire a quella che egli considerava essere la sua “responsabilità politica”, voleva dire farsi perdonare a buon mercato per il suo passato, cosa che non si sentiva in diritto di fare. Era in pericolo anche la piccola comunità dei rifugiati italiani, protetti da vent’anni dalla parola della Francia ».

Battisti, in realtà, non si è difeso perché il peso delle prove che lo accusavano era incontestabile; ha preferito, mentre era in corso il primo processo, minacciare i giudici ed i rappresentanti della pubblica accusa. (Non si è difeso) Perché dopo è evaso e perché, recentemente, il suo personaggio, mitizzato con l’aiuto dei suoi amici francesi, non poteva ovviamente impoverirsi con l’ammissione – anche tardiva – delle sue responsabilità.

Certo, ognuno ha il diritto di difendersi come crede opportuno farlo, anche con il silenzio (è in effetti il modo più semplice per colui che sa di poter essere smentito se presenta nel corso del processo degli elementi che possono essere contraddetti), ma da parte di intellettuali, di donne ed uomini di cultura, sarebbe giusto attendersi una maggiore obiettività ed uno sforzo di informazione.

È vero che « la giustizia italiana dell’epoca… » utilizzava – ed utilizza ancora – il sistema dei pentiti per combattere il terrorismo. Aggiungo io: per combattere la mafia e la corruzione. Ma è francamente offensivo affermare che lo fece « fino alle sue peggiori devianze per risolvere tutte le questioni, sia che i colpevoli fossero quelli veri sia che fossero quelli verosimili »

L’affidabilità del sistema giudiziario italiano non ha certo bisogno dell’approvazione della Signora Vargas. Vorrei ricordare a tutti i lettori che è proprio grazie alla collaborazione di un altro pentito italiano, Bruno Bertelli (di cui ho registrato io stesso le dichiarazioni, informando immediatamente i miei colleghi francesi), che furono raccolte le prime e decisive prove contro i terroristi di “Action directe” che, il 31 maggio 1983, in Avenue Trudaine a Parigi, avevano ucciso due agenti di polizia francesi (Emile Gondry e Claude Caiola): anche i giudici francesi consideravano del tutto credibile questo “collaboratore” italiano ed i responsabili dei delitti – tra cui due terroristi italiani – furono tutti condannati.

Cosa voglio dire con ciò ? Una verità ineluttabile: che tutti i sistemi giudiziari dei paesi democratici – che vantano ormai un eccellente standard di “fiducia reciproca” – conoscono l’utilizzo procedurale di quei “pentiti” altrimenti detti “collaboratori di giustizia”. Inoltre, l’adozione di un simile strumento procedurale è attualmente prevista dagli strumenti legislativi internazionali più elaborati, come la Convenzione ONU firmata a Palermo nel 2000 (articolo 26) o il Piano d’azione dell’Unione Europea del 1998 sulla criminalità organizzata.

Mi dispiace quindi che l’attacco al sistema giudiziario italiano e la beatificazione di Battisti si manifestino ancora una volta sotto una forma ideologica e totalmente infondata, dimenticando – tra l’altro – che lo Stato italiano, con tre leggi successive ( l’ultima valorizza la dissociazione politica senza chiedere a nessuno di accusare i complici e dunque di fare dei nomi), ha concesso un’ampia possibilità ad ognuno di voltar pagina rispetto al proprio passato di terrorista. Tanto che oggi in Italia sono detenuti soltanto coloro che credono ancora nel terrorismo ed incitano alla lotta armata. Battisti, non ha mai ritenuto opportuno approfittare della legge che ricompensava la semplice rinuncia (“dissociazione”) alle pratiche terroristiche.

In questa scelta, non c’è spazio per la presunta paura di dover evocare responsabilità, individuali o collettive, tra l’altro divenute ormai giuridicamente e storicamente incontestabili. Naturalmente, ognuno può rispondere come gli pare alla domanda posta dalla Signora Vargas ( «Perché, se non è colpevole, Battisti non ha replicato alle accuse che lo sommersero da marzo a giugno 2004?»), ma francamente superflua e retorica mi sembra l’esortazione che conclude il suo articolo ( «sta al lettore di […] chiedersi se il governo possa o meno consegnare Battisti alla prigione italiana! »).

Battisti è scappato una volta di più, un assassino è ancora in libertà e sta ora alla comunità internazionale – non solo alle autorità ed alla giustizia francesi che hanno valutato la richiesta italiana con tanta attenzione – garantire la sua incarcerazione. Che presto o tardi arriverà.

Un’ultima cosa : l’unica cosa vera nell’articolo della Signora Vargas è che Cesare Battisti, che era a Mestre per assassinare Sabbadin, non ha potuto sparare sul figlio del povero Torregiani! Ma sfido gli amici di Battisti a trovare un solo atto giudiziari o un commento delle autorità italiane nel quale si affermi il contrario: l’errore proviene quindi dai commentatori malinformati, come l’archeologa-scrittrice Vargas, appunto.

Armando Spataro è procuratore della Repubblica aggiunto, coordinatore della sezione antiterrorismo della procura di Milano.

Da “Le Monde” del 12/12/2004

Apparso su internet il 30/01/2009.

Traduzione Carmine Valentino

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